Coltiviamo paesaggio, sradichiamo cemento No tangenziale: una puntata della lunga storia di opposizione popolare al progetto ANAS

Circa 134 miliardi in più di quelli previsti, opere incomplete e incrementi dei costi fino al 917%. Proprio nel giorno in cui fanno notizia i dati sulla spesa e sul mancato completamento delle grandi opere inserite nella legge Obiettivo del 2001 divulgati dalla CGIA – l’associazione degli artigiani di Mestre – a Sud di Milano tra Albairate ed Abbiategrasso oltre un migliaio di persone hanno sfilato per ribadire il proprio “NO” alla superstrada di collegamento Vigevano-Malpensa.


Un no che è prima di tutto una composizione di innumerevoli sì: sì alla difesa della vocazione agricola del territorio, sì allo sviluppo di turismo sostenibile, sì alle piste ciclabili per collegare i centri abitati, sì al potenziamento della linea ferroviaria e del trasporto pubblico, sì alla manutenzione delle strade esistenti. Perché la cosiddetta tangenziale, che nel 2001 è stata individuata dal governo come una priorità degna della Legge Obiettivo, per la popolazione del territorio abbiatense, e non solo, è un’infrastruttura inutile e dannosa: il progetto ANAS, concepito 14 anni fa in un momento in cui Malpensa sembrava dover ricoprire un ruolo chiave nel traffico aereo internazionale, non prevede collegamenti con Milano, taglierebbe in due le aree protette Parco Agricolo Sud e Parco del Ticino e comprometterebbe l’integrità di beni dal grande valore paesaggistico, ambientale e culturale come il Naviglio Grande, i fontanili e le ville storiche di Cassinetta di Lugagnano.


Il rischio, o meglio la certezza, è che – oltre ai 419 milioni di euro per il finanziamento interamente a spese della Regione – la realizzazione della superstrada costerebbe irreversibilmente il sacrificio di una vera e propria mezzaluna fertile, a vantaggio di un’infrastruttura inutile, che avrebbe come unico e immediato risultato la frammentazione di un’area che significativamente contribuisce a fare della Lombardia la prima regione agricola italiana, alla faccia del buon senso e del bene comune.


Si mettano quindi in pace l’anima i fedeli della sindrome di Nimby, un concetto che le scuole internazionali di sociologia dell’ambiente (leggi ad esempio gli studi di M. Wolsink) ritengono abusato e fuorviante, perché con questa storia gli interessi individuali legati “al proprio giardino”, hanno davvero poco, per non dire nulla, a che fare. E ridurre le sempre più diffuse e consapevoli resistenze di comunità a residuali a egoistiche proteste di sognatori utopici significa scegliere di non tutelare il patrimonio agricolo, di non valorizzare i processi di partecipazione e di rinunciare alla messa a frutto dell’intelligenza sociale dei territori.


E così, schizofrenicamente, mentre all’opinione pubblica sono venduti obiettivi come l’azzeramento del consumo di suolo entro il 2020 e l’incentivazione del turismo locale, le istituzioni (ai vari livelli, dalle regioni all’Europa) perseverano nel dotarsi di strumenti modellati ad arte per inseguire un modello economico e sociale sterile e depauperante, dalla legge Obiettivo allo Sblocca Italia. Un modello basato su grandi infrastrutture destinate, quando completate, a non essere utilizzate (vedi i dati sul traffico della BreBeMi), su grandi poli logistici come il centro commerciale previsto, proprio ad Abbiategrasso, al posto del Parco dell’Annunziata, oppure su grandi eventi internazionali che da un lato tentano di sedurre l’opinione pubblica inneggiando alla sostenibilità e dall’altro poggiano le proprie fondamenta su terreni cementificati a proprio uso e consumo.


Mentre la crisi indebolisce gli individui, i territori che riescono a farsi comunità, come quello di Abbiategrasso, sono sempre più determinati nel rifiutare lo spreco di risorse pubbliche che potrebbero essere utilizzate per il welfare, e sono sempre più preparati nell’individuare tutti gli strumenti per ottenere dei risultati concreti in opposizione alle grandi opere: dai ricorsi al Tar alle petizioni al Parlamento Europeo, alle manifestazioni di piazza. Perché le grandi opere che infestano il territorio sono anche, se non prima di tutto, una questione politica che ha a che fare con la partecipazione delle popolazioni alle scelte di gestione del territorio.


«E’ un modello di sviluppo vecchio, che però continua a sussistere», ci spiega Agnese Guerreschi, del Comitato No Tangenziale, «ma la popolazione è sempre più sensibile a questi temi e la manifestazione di oggi è un successo, anche se c’è ancora molto lavoro da fare». E sottolinea: «Quando l’attenzione su Malpensa è calata, sembrava che l’idea della superstrada fosse stata abbandonata. Ora abbiamo imparato che i progetti possono sempre risbucare e la cosa grave grave è che né i cittadini, né i sindaci hanno accesso alle informazioni sul progetto. E questo significa che il territorio è tenuto in ostaggio perché non si può programmare nulla se c’è un’infrastruttura che lo attraversa».


Queste sono le forme di resistenza che ci piacciono: radicali, consapevoli, propositive, competenti e di comunità. Largo ai trattori, ai comitati, alle associazioni, ai contadini, ai piccoli commercianti e agli abitanti che hanno animato il corteo di ieri e che ben sanno riconoscere il bene comune da perseguire per il proprio territorio. 

 

Guarda alcuni interventi dal palco:

Paolo Bellati, Folletto 25603 e La Terra Trema

Domenico Finiguerra

Di Anna Pellizone per MilanoinMovimento

 

 

 

30. marzo 2015 by notangenziale
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